Batterio killer Chimera: Serve monitoraggio a livello nazionale

IL BATTERIO CHIMERA – Il Mycobacterium chimaera continua a destare preoccupazione. Il caso è scoppiato a fine novembre, quando 16 persone hanno contratto l’infezione...





IL BATTERIO CHIMERA – Il Mycobacterium chimaera continua a destare preoccupazione. Il caso è scoppiato a fine novembre, quando 16 persone hanno contratto l’infezione (di cui 14 in Veneto) e sei sono decedute, tra il Veneto e l’Emilia Romagna. La sua diffusione è legata all’utilizzo di un determinato macchinario, utilizzato a livello mondiale, non solo in Italia, tanto che casi simili si sono verificati anche all’estero.

Di questo tema la SIMIT ha inteso dedicare la sessione di apertura del suo XVII Congresso Nazionale in corso a Torino. Il tema delle infezioni nosocomiali e delle correlate resistenze batteriche costituisce uno dei totem del Piano Nazionale Simit, messo a punto dal Presidente Prof. Massimo Galli, che contiene anche il trattamento dei pazienti HIV-AIDS, l’eliminazione dell’epatite C grazie ai nuovi farmaci a partire da sole 8 settimane, il piano vaccini e la gestione delle malattie vettoriali frutto della globalizzazione.

Il problema del batterio chimera è noto da qualche anno” spiega Pier Giorgio Scotton, Responsabile delle Malattie Infettive dell’Ospedale di Treviso e membro SIMIT. “Agli ospedali di Treviso e Vicenza lo abbiamo evidenziato già all’inizio del 2017. È associato all’utilizzo di una macchina per interventi in extracorporea, che durante l’intervento ha provocato un aerosol di particelle colonizzate dal germe e questo andava a contaminare il cavo dell’intervento”.

Questi germi sono poco patogeni ed è raro che provochino la malattia; sono presenti nell’ambiente a noi circostante (nell’aria, nell’acqua) e il germe non è contagioso. Tuttavia, questi stessi germi possono diventare pericolosi se sono presenti delle protesi cardiache o vascolari: quando si attaccano a del materiale protesico possono determinare delle infezioni importanti.

La malattia è molto rara, interessa uno o due pazienti ogni mille operati con questa apparecchiatura. “Tuttavia” afferma il dott. Scotton “è difficile da diagnosticare, perché il tempo dell’incubazione è molto lungo e può emergere anche fino a 5 anni dopo l’intervento. Se un soggetto sta bene, non esistono test per stabilire se il paziente ha contratto l’infezione. Il test può essere fatto solo su pazienti sintomatici, ossia che stiano male da settimane o mesi con febbre, spossatezza, alterazioni importanti degli esami del sangue: in tal caso, si devono rivolgere a centri specializzati di malattie infettive. Il batterio deve essere cercato con la massima caparbietà possibile”.

A seguito di questi casi, in Veneto e in Emilia-Romagna sono state prese delle precauzioni che permettono di mettere in sicurezza le sale operatorie: o lasciando fuori dalle sale operatorie le macchine incriminate o

sigillandole.

I primi provvedimenti già dopo la scoperta nel gennaio 2017. È stato immediatamente attivato un gruppo di lavoro regionale che ha prodotto un documento in comune tra la regione Veneto e la regione Emilia-Romagna nella gestione del problema. È stato deciso di inviare ai pazienti operati dal 2010 in poi una scheda informativa, dove solo i pazienti con disturbi devono recarsi presso i reparti di malattie infettive. Adesso è necessario fare un accurato monitoraggio a livello nazionale anche degli altri centri in modo tale da fare una cernita precisa dell’impatto di questa malattia.

IL CONGRESSO – Di questo tema si è parlato in occasione del XVII Congresso Nazionale SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, in corso a Torino sino a mercoledì 5 dicembre. Durante il congresso, organizzato dal Prof. Giovanni Di Perri, Professore Ordinario di Malattie Infettive, Università degli Studi di Torino. e dal dott. Pietro Caramello, SC Malattie Infettive, Ospedale Amedeo di Savoia di Torino, vengono approfondite tematiche quali HIV, epatite C, aderenza ai farmaci, malattie nelle popolazioni speciali, malaria e malattie vettoriali.

“Sul piano delle infezioni nosocomiali siamo in ritardo” – spiega il Prof. Di Perri. “Ci sono dei progressi, ma oggettivamente resta ancora molto da fare. Bisogna innanzitutto utilizzare meglio i farmaci che abbiamo. È poi necessario utilizzare con molta cautela quelli che stanno arrivando, che hanno delle proprietà non particolarmente straordinarie rispetto ai problemi da affrontare, ma restano comunque delle risorse da sfruttare. Per la sanità dei Paesi occidentali questo è uno dei problemi di spicco”.


Scritto da: · Data aggiornamento: 4 Dicembre 2018

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